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martedì 2 aprile 2013

ESODATI: DECRETO NON RISOLUTIVO (Titti di Salvo-Deputata SEL)




Esodati: Di Salvo (Sel), tema prioritario insieme a Cig e lavoro
"Il decreto sugli esodati, in esame domani per il parere della commissione speciale, ancora una volta, non è risolutivo. - Lo dichiara Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati di Sinistra Ecologia Libertà, e componente della Commissione Speciale della Camera dei Deputati.

Con il terzo decreto, infatti, aumentano di diecimila i lavoratori salvaguardati, arrivando cosi a circa 130 mila, ma sappiamo bene che restano privi di tutele più di 200 mila persone. 
Un numero destinato a non esaurirsi - spiega Di Salvo. 

Le due Leggi Fornero, Previdenza e Mercato del Lavoro, creano strutturalmente esodati, una vera e propria fabbrica. Gli effetti determinati dallo spostamento in avanti dell'età pensionabile e dalla modifica degli ammortizzatori sociali allontanano il traguardo della pensione per le persone espulse dai processi produttivi. 
In questo terzo decreto i criteri sono fortemente restrittivi: l'obiettivo sembra essere quello di far corrispondere il numero di beneficiari alle risorse disponibili, invece di garantire un diritto, come nel caso della penalizzazione nei confronti dei prosecutori volontari. 

Il tema degli esodati non può essere liquidato come una questione tra le tante. 
Per noi è una ingiustizia che deve essere sanata al più presto, così come rapidamente deve essere risolto la questione del finanziamento della cassa integrazione in deroga, e - conclude Di Salvo - più in generale i temi del lavoro e dell'occupazione."


martedì 19 marzo 2013

BENVENUTA SINISTRA. IN PARLAMENTO


Nel suo primo giorno di vita parlamentare, il 15 marzo SEL ha gettato il cuore oltre l'ostacolo e ha presentato  8 proposte di legge e una mozione, frutto del lavoro di questi anni e di scelte condivise con altri soggetti e associazioni.
Con i 45 parlamentari di Sinistra Ecologia Libertà, tante istanze ora possono trovare voce nel luogo per eccellenza della nostra democrazia: il Parlamento.

1 Proposta di legge contro la corruzione 
per la modifica art.416 ter codice penale (voto di scambio)
2 Proposta di legge per ripristinare la legge 188 contro le dimissioni in bianco
3 Proposta di legge sulla cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori non italiani
4 Proposta di legge
per la tutela della bellezza e la salvaguardia  del paesaggio
5 Proposta di legge per l'introduzione del reddito minimo garantito
6 Proposta di legge per l'acqua pubblica e la ripubblicizzazione del servizio idrico
7 Proposta di legge per i matrimoni gay
8 Proposta di legge sull’agricoltura sociale
9 Mozione per l'abrogazione del programma F35

La scelta del gruppo è stata quella di cominciare subito a dare corso agli impegni presi in campagna elettorale. Abbiamo cominciato da proposte che parlano del profilo politico di Sel e che, avendo alle spalle un lavoro di mesi(o di anni), erano già tradotte in testi normativi.
Nelle prossime settimane verrà messo a punto un pacchetto di proposte di legge sul lavoro.

lunedì 18 marzo 2013

LAURA BOLDRINI: IL DISCORSO DI INSEDIAMENTO


Il testo del discorso di insediamento di Laura Boldrini

"Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa assemblea.
....
Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i diritti degli ultimi in Italia come in molte periferie del mondo. E’ un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno.

Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. 
Dovremo impegnarci tutti a restituire  piena dignità a ogni diritto. 
Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. 
In questa aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno.

Quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. 
Di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia.
Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore. Ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento.

Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato.
Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio.

Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti.
Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore inesplorata di un disabile.

In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo.
Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa. Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto.
E molto, molto dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta che ricordiamo con commozione oggi nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio.

Questo è un Parlamento largamente rinnovato. 
Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. 
Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Rendiamo il Parlamento e il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani.

Sarò la presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato, mi impegnerò perché la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese.
L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea, dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate, con lungimiranza, da Altiero Spinelli.

Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace.

Anche i protagonisti della vita spirituale religiosa ci spronano ad osare di più: per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente “dalla fine del mondo”. A papa Francesco il saluto carico di speranze di tutti noi.

Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite in cui ho lavorato per 24 anni e  permettetemi – visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno – un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce. Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni.

Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica sull’unità del Paese, un richiamo che questa aula è chiamata a raccogliere con pienezza e con convinzione.

La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione.
Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio. 
Cercherò di portare assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto i nostri figli. Grazie."

martedì 16 ottobre 2012

BASTA MORTIFICARE LA SCUOLA!



L’ultima uscita del ministro Profumo, che propone  per il riassetto di bilancio  ulteriori risparmi  a carico della Scuola, portando  a 24 le ore di lezione per tutti i docenti di scuola secondaria inferiore e superiore dimostra come questo Governo sia in perfetta sintonia e  continuità con il governo Berlusconi.

Ma perché i sottosegretari, che pure sono persone di scuola, non spiegano al ministro che il tempo di lavoro dei docenti non si esaurisce in quello dedicato alle lezioni frontali?

Sarebbe utile che l’attuale dibattito, impropriamente aperto dal ministro su un presunto insufficiente impegno orario, rendesse visibili e misurabili tutte le attività che l’insegnamento comporta e che vengono svolte in parte all’interno, in parte all’esterno delle scuole, in parte durante l’orario di lezione, in parte in orario extrascolastico, in parte per le proprie classi, in parte per l’intera scuola.

Chi governa la scuola deve capire (e se non ci riesce da solo bisogna esigere che si aggiorni!) che l’attività docente non è di natura impiegatizia e riproduttiva, ma  ha le caratteristiche della ricerca: quella che quotidianamente ogni docente e ogni comunità educante  mette in atto  per trovare strategie didattiche efficaci a rispondere ai bisogni  di ciascun alunno,  per adeguare i propri strumenti professionali al continuo riassetto dei saperi disciplinari e delle tecnologie didattiche, per  conoscere e dominare  efficacemente  l’universo  mass-mediale e comunicativo a cui gli adolescenti sono esposti, all’interno del quale  devono essere messi in grado di muoversi con capacità critiche.

Inoltre l’insegnamento e l’educazione sono azioni che non  si svolgono individualmente , ma in collaborazione: con altri docenti e con il personale tutto delle scuole, con i genitori, con gli educatori che operano in maniera informale al di  fuori delle scuole, con l’associazionismo…all’interno di  comunità educanti  tanto più efficaci  nell’azione quanto più sinergiche  e  cooperative, soprattutto verso alunni in età fragile ed esposta quale è quella di preadolescenti e  adolescenti.

Disegnata così la funzione docente è complessa e richiede impegno, continuità, supporto dall’amministrazione e dal mondo della ricerca e della cultura.

Proprio il contrario della mortificazione e della precarietà in cui tagli, cattive  riforme, disinteresse l’hanno fatta sprofondare negli ultimi decenni.

Il lavoro dei docenti  con gli studenti  va  dalla programmazione dei percorsi per la classe e  per i singoli alunni alla correzione dei compiti, dalle attività di recupero e di sostegno per gli alunni più bisognosi, alla assistenza durante le attività di  laboratorio, dalla realizzazione dei percorsi progettuali e delle  attività integrative opzionali,  alle visite di istruzione ai percorsi di ricerca, dalla preparazione e correzione delle prove di verifica agli esami finali dei cicli.

Ci sono poi i tempi dedicati al ricevimento dei genitori, alla partecipazione ai consigli di classe e agli altri organi collegiali, ai dipartimenti disciplinari, alla programmazione  delle attività interdisciplinari, alla registrazione e alla documentazione  delle attività che si svolgono con le classi, all’aggiornamento, al rapporto con le reti di scuole del territorio per curare l’orientamento e la continuità,  al rapporto interistituzionale con altri soggetti che intervengono nella attività di educazione-istruzione, quali  le  ASL, gli Enti locali, le Associazioni culturali, i sistemi delle biblioteche....

Si può, allora, parlare di ridisegnare l’orario di lavoro dei docenti, ma per ricomporne le parti, valorizzare le attività  fino ad oggi non sufficientemente emerse, garantire spazi  fisici pertinenti  e dedicati, perché alcune di queste attività possano essere svolte all’interno degli edifici scolastici e assegnare risorse per una formazione  di qualità  e una ricerca oggi affidati alla sola buona volontà individuale, non certo per imporre un aumento di ore di attività frontale per   svolgere   supplenze o   insegnamento su  spezzoni di cattedre.

Se si mette al centro dell’attività delle scuole la relazione educativa e la sua significatività, non si possono caricare i docenti di un numero eccessivo di alunni (già altissimo per  molte cattedre i cui docenti intervengono per poche ore la settimana in ogni classe), aggiungendo ore di attività frontali.

La cosa peggiore, però, è che l'aumento delle ore di un terzo rispetto a quelle attuali comporterebbe anche un ulteriore pesante taglio delle cattedre. 
I precari, che in tutti questi anni hanno sopperito a tutte le situazioni di emergenza che si sono create nella scuola italiana, perderebbero la speranza di lavoro. Buona parte degli insegnanti di ruolo (in genere i più giovani) potrebbero invece perdere il posto nelle loro sedi di titolarità, e, precarizzati a loro volta, diventerebbero il serbatoio umano per le ore di supplenza che attualmente sono affidate con contratto a tempo determinato proprio ai precari.

SEL esprime l’assoluto dissenso verso la proposta  del ministro Profumo, ne chiede la cancellazione dalla legge di riassetto finanziario che verrà discussa dalla Camera e garantisce il proprio impegno a valorizzare e rendere visibili  carichi e competenze della funzione docente nella elaborazione del programma sulla Scuola  che si sta  elaborando, in collaborazione con  docenti ed esperti del mondo della cultura e della ricerca.

mercoledì 27 giugno 2012

I(R)RESPONSABILI


"Con la maratona dei voti di fiducia sul mercato del lavoro si avvia a conclusione la missione di Mario Monti. Ci saranno altre leggi e altri tagli. La spending review si tradurrà in concrete mazzate sulla sanità e in vaghissime promesse sulle pensioni d’oro. Ma il grosso è fatto e il bilancio è già definitivo.
Questo governo, pur sostenuto da una maggioranza schiacciante, è stato intransigente, ma solo con i deboli e preferibilmente con i debolissmi. Chiunque potesse far valere un po’ di forza e qualche possibilità di ricatto è stato lasciato in pace. Il conto del rigore lo hanno pagato i lavoratori, i precari e i pensionati. Gli esodati non sono un brutto incidente che sfregia l’opera del governo: sono la cifra di quell’opera, la chiave che ne svela l’intera logica.
I risultati non sono brillanti. Sono catastrofici. L’obiettivo conclamato dei professori era rilanciare lo sviluppo e quindi l’occupazione. Hanno raggiunto effetti opposti: crollo dei consumi senza precedenti, recessione, aumento della disoccupazione a balzi da gigante rilevazione dopo rilevazione.
Il solo passo che il governo dice di aver fatto per rilanciare la crescita è allo stesso tempo il più odioso e il più inutile. La cancellazione dell’art. 18 avrà effetti profondissimi sulla condizione dei lavoratori, che perdono un diritto fondamentale. Non ne avrà nessuno, invece, sulla ripresa economica. La possibilità di licenziare senza giusta causa, infatti, non attrarrà in Italia nemmeno un centesimo di investimento dall’estero. Non produrrà neppure un solo nuovo posto di lavoro.
Quando a guidare la corsa verso il disastro c’era Silvio Berlusconi si poteva ancora pensare che la direzione di marcia fosse giusta e il problema fosse un nocchiero ebbro al timone. Ma stavolta, per quanti errori possano aver commesso, non è alla mano malferma del capitano o della ciurma che si deve addebitare l’ennesimo naufragio. Sbagliate sono le mappe, le carte nautiche, la rotta.
Non basterà né servirà sostituire i musicisti se lo spartito resta quello suonato da questo governo, accentuando i toni tecnocratici, e da quello precedente, che modulava invece maggiormente quelli populisti.
La musica, se non proprio identica, è molto simile ed è ciò che deve cambiare. Questo significa oggi alternativa.
In questa aspra condizione, prefigurare alleanze con questo o con quello in nome di un’ingegneria politica nefanda e defunta vuol dire aver smarrito il senso di realtà. 
Mai come in questo frangente il “con chi” significa poco e il “per che cosa” è tutto.
Per Sinistra Ecologia Libertà diventa quindi fondamentale la perimetrazione del campo del centrosinistra, con l’indicazione precisa di un minimo comun denominatore quanto al che fare. 
Data per scontata l’esistenza di differenze anche rilevanti all’interno di questo perimetro comune e chiaramente indicato, saranno poi le primarie a dire quale accentuazione il nostro popolo vuole imprimere, recuperando quella parola e quel potere decisionale che gli è stato progressivamente sottratto nell’ultimo ventennio.
Chi oggi non capisce questa realtà e scommette ancora sulle strategie di corridoio, sulle formule algide e astratte, su una politica ridotta a somma aritmetica non condanna solo se stesso all’irrilevanza politica. Reca anche un danno immenso alla sinistra e al Paese. 
E’, nel senso letterale del termine, irresponsabile."
Francesco Ferrara

sabato 4 febbraio 2012

BASTA BATTUTE!

Lo stesso giorno in cui si scopre che il tesoriere del Salone Margherita s’era intascato 13 milioni di euro degli italiani, pervenuti al suo partito sotto forma di graziosi contributi elettorali, lo stesso giorno in cui un parlamentare di Berlusconi realizza in due ore una plusvalenza di diciotto milioni di euro con una furba speculazione edilizia nel centro della capitale, lo stesso giorno in cui un ex senatore della repubblica, tal Cristaldi, si aumenta del 30% la sua paga da sindaco (di Mazara del Vallo) per poi cumularla con le due pensioni di parlamentare nazionale e regionale, lo stesso giorno in cui Giorgio La Malfa celebra il suo 13.733 giorno da deputato/senatore della repubblica (quasi 38 anni di mandato…), lo stesso giorno in cui l’Italia ancora una volta si divide in due, i furbi da una parte e i fessi dall’altra, cosa spinge il professor Monti a evocare la noia del posto fisso (salvo a rettificare affannosamente il giorno dopo, come nella peggior tradizione dei governi passati)?

Molti hanno ricordato che Mario Monti, senatore a vita, è tra i pochi italiani che il posto ce l’ha ben più che fisso: diciamo eterno.
Ma il punto è un altro: è questo precipitar suo e dei suoi ministri nella battuta, nel lazzo, nel paradosso, tanto più fastidiosi in un paese che ha appena festeggiato, con l’Istat, il record negativo di disoccupazione giovanile (31 per cento), con tre milioni stabili di disoccupati e un tasso di occupazione sulla popolazione attiva che è scivolato al 56 per cento (vuol dire che 22 milioni di italiani lavorano anche per mantenere 40 milioni di italiani inattivi).

Non vorrei che passasse l’idea che solo alla politica si chiede responsabilità di gesti e di verbi, mentre ai governi tecnici si offre indulgenza piena ogni volta che aprono bocca.
Per esempio il viceministro Michel Martone col suo facile scherno per i giovanotti che non si sono ancora laureati a ventotto anni. Dimenticandosi che per ogni studente non proprio ricco di famiglia che s’industria a studiare e a lavorare per pagarsi l’università c’è sempre un figlio di papà come il suddetto Michel che in tre anni viene promosso da ricercatore a professore ordinario. Sospettiamo non solo per meriti acquisiti sul campo.

Nelle battute un po’ grevi, nel modo tranchant con cui si liquidano diritti per capricci (ancora con questo articolo 18!), in una certa inaspettata vanità televisiva, il governo Monti più che un esecutivo di tecnici sembra un sinedrio di aristocratici che stanno al paese reale come le brioches di Maria Antonietta stavano alla fame della plebe di Francia.
L’argomento più persuasivo di chi, dall’alto, invoca la rottamazione dell’articolo 18 è la presunzione che libertà di licenziare vorrà dire libertà di assumere.
Non esiste un solo precedente, nella storia dell’illuminata industria italiana, in cui la flessibilità nel mercato del lavoro abbia portato a un più alto senso di responsabilità delle imprese.

Non esiste una sola buona ragione per pensare che le imprese, una volta libere di licenziare, si compiaceranno anche di assumere.
Non esiste una sola pausa di riflessione sul fatto che le aziende sottoposte alla disciplina dell’articolo 18 sono quelle con più di quindici dipendenti, cioè appena il 5 per cento delle aziende italiane.
Se c’è un approccio ideologico, più che nella difesa noiosa del posto fisso sta nella noia di questo mantra liberista per un mercato senza vincoli e per un lavoro senza garanzie.

L’articolo 18 è un principio, non un tabù. Riafferma il valore del lavoro su cui la Costituzione fonda il senso della nostra repubblica. Cancellare quell’articolo vuol dire, di fatto, uscire dallo spirito della Costituzione.

Le misure sociali che questo governo ha già realizzato e che propone per il futuro sono faticose per molti italiani. Che una sola cosa chiedono, non alle competenze tecniche dei ministri ma alla loro buona educazione: risparmino almeno le loro battute. Non fanno ridere.
Claudio Fava



venerdì 13 gennaio 2012

APPELLO "Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia !"

CLICCA QUI PER FIRMARE LA PETIZIONE !
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Il Governo Monti intende approvare un decreto sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, sconfessando l'esito dei Referendum del 12 e 13 giugno scorsi.

SOTTOSCRIVI E FAI SOTTOSCRIVERE L'APPELLO "GIU’ LE MANI DALL’ACQUA E DALLA DEMOCRAZIA!"

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.

Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.

A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.

Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein.
In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo.

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.
I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.

Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.
Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.
Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.
 
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

mercoledì 7 dicembre 2011

LE PROPOSTE DI SEL SULLE PENSIONI

Ribadiamo che va rifiutato il tentativo di fare cassa con le pensioni e bisogna invece aumentare la sostenibilità sociale del sistema, sia integrando le pensioni più basse, sia riconoscendo a chi esegue lavori più pesanti ( non solo usuranti) e a chi ha in carico l'assistenza di soggetti non autosufficienti la possibilità del pensionamento anticipato.

Proponiamo perciò di:

! Diversificare l'età pensionabile a seconda della tipologia di lavoro e la conseguente attesa di vita modificando anche i coefficienti di trasformazione in base agli stessi parametri.

! Integrare le pensioni inferiori al 60% della retribuzione media con una somma finanziata dalla fiscalità generale che potrebbe essere proporzionale ai contributi versati, in modo da valorizzare il lavoro.

! Non rassegnarsi ad affrontare il tema dell'invecchiamento della popolazione solo dal versante del prolungamento dell'età lavorativa, ma ragionare di politiche di invecchiamento attivo che, attraverso forme di part-time in uscita, incentivazione del volontariato, sostegno alla produttività sociale degli anziani, prefigurino un nuovo patto tra generazioni.

Dove trovare le risorse?

Nella manovra Monti, si prevede un innalzamento della contribuzione dei lavoratori autonomi di 0,3 punti l'anno fino ad arrivare all'innalzamento di un punto. Si tratta di un adeguamento veramente modesto soprattutto se paragonato all'innalzamento di un punto di contribuzione per i lavoratori precari prevista nella manovra di Agosto. Oggi i lavoratori dipendenti pagano un'aliquota contributiva del 33%, i lavoratori autonomi una del 20-21%, i lavoratori parasubordinati una del 27%.

Se equiparassimo l'aliquota dei lavoratori autonomi a quella dei parasubordinati, e cioè a quella di lavoratori con un reddito mediamente basso, recupereremmo circa 5 miliardi di euro da destinare all'integrazione delle pensioni più basse con un'operazione di vera equità.

PERCHE' SIAMO CONTRARI AGLI INTERVENTI PREVIDENZIALI PREVISTI DAL GOVERNO MONTI

Premessa
“Negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi che hanno reso, a regime, il sistema pensionistico Italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso l'età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi”
Così il Presidente Monti si è espresso al Parlamento presentando il programma del suo Governo; oggi quelle parole confermano che i tagli alla spesa previdenziale non sono funzionali a ristabilire una maggiore equità del sistema né a sanare un eccesso di generosità rispetto agli altri sistemi Europei ma,in quanto facilmente quantificabili anche nei propri effetti nel tempo, servono solo a rassicurare i mercati.

Nel sistema contributivo, che verrà applicato a tutti a partire dal 1 Gennaio 2012, la prestazione pensionistica è strettamente dipendente dai contributi versati durante la vita lavorativa e i coefficienti di trasformazione, in base ai quali si calcola l'ammontare della pensione, tengono conto dell'attesa di vita media rendendo indifferente per le casse dello stato l'età di pensionamento.
Il problema dunque non è la sostenibilità economica del sistema ma la sua sostenibilità sociale dal momento che i due parametri di riferimento della riforma del 1995, cioè carriere lavorative stabili e continuative e crescita del Pil di almeno 1,5 punti l'anno, sono venuti meno con il rischio che i più giovani debbano attendersi pensioni assai inferiori a quel 60% della retribuzione media(cioè circa 900 euro) previsti dal protocollo sul Welfare del Governo Prodi.

Per questi motivi siamo convinti che non si possa tagliare ulteriormente la spesa previdenziale, che i tagli alla spesa pubblica debbano riguardare altre voci (spese militari, grandi opere non prioritarie, riorganizzazione del funzionamento della macchina amministrativa ecc.) e che le risorse che possono derivare da processi di equità interni al sistema previdenziale vadano utilizzate per dare ai giovani una prospettiva pensionistica e a tutti la speranza di una vecchiaia dignitosa.

Nella proposta Monti non c'è alcuna traccia di quella equità intergenerazionale di cui si parla ogni volta che bisogna giustificare i previsti tagli alla spesa pubblica.

Perché siamo contrari
- Blocco delle indicizzazioni al costo della vita per le pensioni superiori a 960 euro.
Dopo il 1992 le pensioni hanno perso ogni aggancio alla dinamica salariale e la rivalutazione rispetto all'inflazione rimane l'unica salvaguardia contro la perdita progressiva del loro valore reale.
L'eliminazione di questo strumento, anche per pensioni modeste come quelle tra mille e duemila euro mensili, seppure prevista al momento solo per il biennio 2012-2013, produrrà una secca diminuzione del potere d’acquisto delle pensioni. Poiché la misura riguarda circa 9 milioni di pensionati sarà inevitabile un impatto negativo sull’economia del Paese.

-Aumento dell'età pensionabile a 67 anni per uomini e donne.
E' una misura iniqua perché non considera che i lavori sono diversi per fatica e per impegno e che il mercato del lavoro oggi tende ad espellere i lavoratori anziani.
Inoltre l'equiparazione dell'età pensionabile tra uomini e donne cancella l'unico riconoscimento per il lavoro di cura presente nel nostro ordinamento.
Della favola bella secondo cui i risparmi derivanti da questa operazione sarebbero stati investiti in nidi, servizi per anziani e per le famiglie, per alleviare la fatica delle donne, non è rimasto nulla. I 3,5 mld risparmiati andranno a ripianare il debito pubblico.
Se a questo si aggiungono i tagli consistenti alle risorse per gli Enti Locali (circa 5,5 mld), con conseguente riduzione dei servizi pubblici, sarà evidente come le donne siano tra i soggetti più penalizzati dalla manovra.
In quanto ai giovani non solo manca ogni intervento per garantire loro una pensione dignitosa, ma l'allungamento dell'età pensionabile, insieme con il blocco del turnover e delle piante organiche del pubblico impiego, ridurrà ulteriormente le loro occasioni di occupazione.

-Abolizione delle pensioni di anzianità con spostamento a 42 anni della contribuzione necessaria per andare in pensione indipendentemente dall'età anagrafica.
L'aumento dell'età pensionabile e la contemporanea abolizione delle pensioni di anzianità, in presenza di un aumento della disoccupazione e di una precoce espulsione dal mercato del lavoro degli ultracinquantenni, aumenterà il numero di chi sarà privo di reddito non essendo più né lavoratore, nè pensionato, con conseguente aumento della spesa sociale.

-Estensione a tutti del sistema contributivo pro rata.
Ci sarà una riduzione della pensione attesa per molti lavoratori senza che ad essa corrisponda un sostegno alle pensioni più basse né il ritorno ad un'uscita flessibile dal mercato del lavoro come previsto nella riforma Dini del '95 che lasciava almeno uno spazio alle scelte delle persone.

- Riteniamo gravissimo anche il riferimento ad una commissione che entro il 2012 studi le modalità per trasferire parte dei contributi dovuti all’INPS verso fondi pensionistici integrativi.
Un modo subdolo per operare una sostanziale riduzione della copertura pubblica previdenziale. Scrivere che in questo modo si cerca di garantire la pensione dei giovani, data l’attuale crisi finanziaria, costituisce un’offesa alla razionalità.

LE PROPOSTE DI SEL


EQUITA': UN'ALTRA PAROLA CHE HA PERSO SIGNIFICATO

Il Berlusconismo ci ha scippato le parole, le ha storpiate, rivoltate nel loro significato, cambiate di segno. Alcune le ha sporcate, insudiciate di populismo. Amore, odio, fiducia, consenso, amicizia, giustizia, sesso. E poi bellezza, merito, onestà, il verbo ridere. Persino mercato. E l’anomalia italiana, se volete, è tutta lì. Tutta nelle parole che non contano più nulla.


Berlusconi ha costruito la sua fortuna su un suo personale vocabolario, riscritto ad uso e consumo di politiche liberticide, ispirate dall’ideologia dell’agonismo, dello strapotere, del supermercato, delle televendite.
Oggi, invece, per mano di un sobrio tecnico, un professore, lo stravolgimento continua, anche se cambia obiettivo, non serve più a legittimare un sultano, bensì un Dio, lo Spread. La prima parola che si sono portati via è, evidentemente, equità. Ce l’hanno scippata senza che ci accorgessimo di nulla. Se la sono presa e l’hanno svuotata, neutralizzata.

Cosa vuol dire “equità” se la usi per descrivere una manovra così?
Cosa vuol dire se descrive una manovra che chiede l’1,5% una tantum ai capitali rientrati con lo scudo fiscale mentre taglia 3 miliardi di trasferimenti ai comuni e quindi ai servizi, agli asili, all’assistenza domiciliare degli anziani? Cosa vuol dire? Non vuol dire più nulla.

"Ci vuole piu’ equità: lo ha detto una parte della Chiesa, lo ha detto una parte del Parlamento, lo dicono i sindacati. Allora credo che equità significhi non tirare le orecchie a qualche ricco che uno incontra per strada. Equità significa intervenire radicalmente sulla struttura della ricchezza. In questo Paese o si dice patrimoniale e si interviene sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, oppure è davvero difficile credere che un pensionato a 850-900 euro al mese, che ha un cumulo di bollette per le quali deve decidere a cosa rinunciare dei suoi diritti, debba anche sobbarcarsi il costo di questa manovra. Per me è inaccettabile." Sostiene Nichi vendola.


"Se l’Italia è a rischio di collasso questo è avvenuto anche perchè negli ultimi 30 anni tanta parte della ricchezza è stata trasferita dal lavoro dipendente alla rendita. I ricchi sono diventati molto più ricchi, e non soltanto i poveri sono diventati più poveri ma anche il ceto medio si è visto progressivamente sbalzare dai propri standard di vita e di reddito.

Invito poi il cavaliere Berlusconi a non fare il furbo mentre dice che Monti deve mettere la fiducia: con una maggioranza del 90% del Parlamento non c’è nessuna ragione per mettere la fiducia. C’è la possibilità, invece, che il Parlamento e le forze politiche si assumano la responsabilità’ di cambiare in meglio la manovra di Monti, di alleggerire il carico che e’ sulle spalle dei ceti medio-bassi e di appesantire strutturalmente il carico verso i ceti possidenti.

In tutta Europa ci sono il 90% dei governi di destra, che sono corresponsabili della crisi e hanno oggi una ricetta che per me e’ veramente angosciante e che va denunciata: per risolvere la crisi bisogna abbattere il welfare. Cioe’ – per affrontare i problemi del debito pubblico, per il contenimento del debito pubblico, bisogna tagliare le tutele sociali, diminuire i redditi, intervenire in maniera feroce sulla qualita’ della vita di milioni di persone in un’Europa che gia’ oggi conta 80 milioni di poveri, 25 milioni di bambini in Europa sono poveri."






venerdì 18 novembre 2011

LA POSIZIONE DI SEL SU GOVERNO MONTI

Noi oggi festeggiamo la fine di uno stile politico ma non la fine della politica.
Le dichiarazioni programmatiche del Sen. Mario Monti sono iscritte nella cultura politica e nella prospettiva di una proposta di stampo conservatore.
Esse, pur avendo l’ovvio intento di affrontare la crisi economica-finanziaria, risultano essere troppo generiche e fortemente condizionate da elementi di continuità con la fase precedente. Berlusconi ha ancora un peso ed influenza in questo programma.
Infatti, non si cita la patrimoniale riducendosi nell’orizzonte di un”monitoraggio” delle ricchezze che non intacca la sostanza scandalosa di una sperequazione cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni, che per altro è causa prima della crisi attuale.

Il Paese che non vede Monti è quello che affoga nelle macerie morali del berlusconismo e in quelle materiali del fango di Genova e delle Cinque terre. Congedarsi dallo stile berlusconiano è un tratto positivo e salutare del nuovo Governo. Pensare che la componente neoliberista di Berlusconi fosse la sua caratteristica migliore ci induce a più di una perplessità.

C’è bisogno di una terapia d’urto, di una discontinuità.
Non è così se la bussola programmatica è rappresentata dalla lettera di Berlusconi alla BCE, con ulteriori correttivi peggiorativi.

Non è così se l’orizzonte è quello dell’inserimento in costituzione del “pareggio di bilancio, una misura che imporrà più sacrifici, piuttosto che slancio necessario all’economia.

Non è così se si invoca come utile e produttiva la riforma pessima dell’ex Ministro Gelmini, contro cui, ancora oggi, migliaia di studenti sono scesi in piazza.

Il sud resta una pallida evocazione, rapidamente compensata dal riferimento alla “questione settentrionale”.
E il risanamento del bilancio si pone come il primo tempo, a cui seguirà, come secondo tempo, la crescita.
Una crescita che, nelle parole di Monti, non vede e non nomina il tema della sostenibilità ambientale.

Avevamo apprezzato la qualità delle scelte dei Ministri, la rottura dello stile berlusconiano, la evocazione della questione centrale dell’equità.
Avevamo offerto con generosità il nostro ascolto senza pregiudizi a chi aveva il compito di affrontare l’emergenza.
La nostra delusione è sincera e cocente.

Il Paese ha bisogno di cambiamento e non di continuità con le stesse politiche che lo hanno fiaccato e ferito.
Attendiamo ora il Governo alla prova dei fatti: lo giudicheremo senza faziosità, ma senza sconti.

Per noi, dinanzi al battesimo di una nuova stagione politica, diventa sempre più impellente la ricostruzione di una nuova e grande sinistra, che sappia dare una prospettiva alternativa al Paese. Dobbiamo riportare l’Italia in Europa, ha ragione Monti, ma dobbiamo riportarla per contribuire a cambiare la linea delle politiche imposte dalle destre europee, pena la coesione e la stessa sopravvivenza del progetto dell’Europa unita, giusta e solidale che non sia quella descritta dalla BCE.

Per questo vogliamo rilanciare la proposta di un governo di centrosinistra: per cambiare il Paese, renderlo più giusto e libero.

giovedì 10 novembre 2011

DISCONTINUITA' E DEMOCRAZIA PER COMBATTERE LA CRISI

Il Paese sta sprofondando. Una classe dirigente incapace ha pensato per anni solo a proteggere se stessa e i suoi sodali. Lasciando agli speculatori e al mercato di imperversare a danno dei suoi concittadini. Oggi come non mai c’è il bisogno di aprire le finestre e far uscire l’aria putrida che si sente intorno. Dove va in onda la sceneggiatura di un Paese collocato eternamente in un cinepanettone, tra lettere, cene, ricatti, capannelli, la foto di un parlamento senza maggioranza che ci mette in ridicolo dinanzi al mondo intero e che troppo spesso maschera di “senso di responsabilità” la misera volontà di non abbandonare il privilegio garantito dal proprio scranno.

Ma da cui resta fuori la realtà. Il dramma dei precari, dei giovani, del ceto medio che ha perso drammaticamente potere d’acquisto, la produzione industriale che crolla di quasi 5 punti percentuali e 2,7 milioni di persone “inattive”.
Il berlusconismo si chiude con la sconfitta della politica. Che ha abdicato al suo ruolo per difendere un uomo imprigionato nelle proprie paure e nei propri guai, lasciando terreno libero alla finanza, agli speculatori, alle caste e alle corporazioni. Solcando una distanza tra chi si arricchiva e chi si impoveriva, spostando risorse dal basso verso l’alto, comprimendo diritti, garantendo copertura politica ai licenziamenti facili.


Per questo chiediamo di andare immediatamente ad elezioni anticipate: per far scegliere agli italiani quali misure e quali programmi siano necessari per fronteggiare la crisi, garantire equità sociale e rilanciare un’economia sostenibile. All’intero del campo del centrosinistra, con le primarie, e poi nel confronto elettorale con il centrodestra. Si chiama democrazia.
Molti, in queste ore, vorrebbero dar vita a un governo tecnico. Rispettiamo il ruolo di Napolitano, è legittimo che il Presidente della Repubblica prenda iniziative che vadano nella direzione di smuovere il quadro politico e rassicurare le istituzioni europee.


Siamo persone responsabili. Per questo non ci sottraiamo demagogicamente alla discussione e alla responsabilità delle scelte, ma crediamo che, oltre alle elezioni anticipate, ci sia solo un’altra strada percorribile: un governo di “scopo”, a tempo. Che si dia un obiettivo certo e un tempo prestabilito, per rassicurare non semplicemente i mercati, ma i cittadini di questo Paese.
Un governo e un obiettivo immediatamente da esplicitare: la “patrimoniale”. L’unico modo per fronteggiare l’emergenza dei conti pubblici e per dare un segnale, anche dal punto di vista simbolico, chiaro: le risorse necessarie si prendono a coloro che ne hanno fin troppe e a coloro che in questi anni hanno scaricato il peso della crisi sui ceti medi e bassi o, peggio ancora, si sono arricchiti sul terreno della finanza e della speculazione, dei mancati diritti, dei licenziamenti facili.

La patrimoniale come atto di discontinuità con questi anni e con le suicide politiche liberiste. Perché la crisi non cade come la pioggia dal cielo. E’ il frutto di scelte precise.
Siamo ben coscienti dei rischi che un governo di responsabilità nazionale possa diventare l’alibi per approvare tout court le misure indicate dalla Banca Centrale Europea. Per questo riteniamo che un governo a tempo possa nascere solo e solamente da un atto di discontinuità netto, non certo da soluzioni pasticciate o da grandi ammucchiate.


Vogliamo restituire dignità alla politica e sopratutto alla democrazia.

Chi governa un Paese lo fa responsabilmente rispondendo a un mandato dato dai propri cittadini, non dai mercati, non dalla finanza, non dalla Banca Centrale Europea. L’Europa non è soltanto una banca di cui si fa un gran parlare, a sproposito, in questi giorni. L’Europa è anche welfare universale, reddito minimo garantito, reti di protezione sociale, lotta feroce all’evasione fiscale, redistribuzione delle risorse.

Serve un governo che riporti l’Italia in Europa, ma dalla parte di chi guarda al futuro. Per farlo dobbiamo dare la parola ai cittadini italiani. Prima, in poco tempo, possiamo pure condividere misure che sicuramente il Paese approverebbe. A questo servirebbe il governo tecnico, a questo servirebbe la patrimoniale. Altrimenti, non c’è altra strada che le urne. Per, finalmente, tornare all’aria aperta.
Francesco Ferrara

La democrazia è la più grande risorsa per la salvezza del nostro paese

Se il ventennio fascista condusse nel baratro della guerra il paese, il quasi ventennio del populismo berlusconiano ha prodotto macerie economiche e sociali che ci hanno condotto al disastroso rischio di default attuale.
Bisogna mettere la parola fine al dominio politico di Berlusconi, ma bisogna immediatamente guardarsi dalle insidie del berlusconismo.
Ogni esperienza, anche quelle che intendono fronteggiare in buona fede l’evidente emergenza economico finanziaria, non possono sopportare l’ipoteca berlusconiana.
Il rischio che un governo di emergenza diventi l’ancora di salvataggio del regime precedente è in campo, nonostante l’autorevolezza della figura di Mario Monti, prolungando una fase di incertezza che sarebbe dannosa per la nostra fragilissima finanza pubblica e per l’intera situazione economica del paese.


Siamo consapevoli che per affrontare la crisi ci sia bisogno di responsabilità e impegni straordinari.
Siamo tuttavia convinti che per affrontare i prossimi anni sia necessario chiedere ai cittadini di scegliere su quali opzioni fondare un nuovo governo, condividendo gli oneri di una fase così drammatica per il paese. Per questo riteniamo che siano necessarie elezioni presto, per dare una prospettiva più certa e legittimata.

Un governo di emergenza non può che essere a tempo e con un immediato obiettivo: fronteggiare l’emergenza dei conti con una patrimoniale vera, che non colpisca i cittadini che stanno già pagando gli effetti nefasti della recessione, e restituire la parola agli italiani con il voto.
Il cambiamento è necessario, i cittadini e le cittadine italiane dovranno essere i protagonisti di questa fase.
La democrazia è la più grande risorsa per la salvezza del nostro paese.

Sinistra Ecologia Libertà

martedì 25 ottobre 2011

PENSIONI: LA SOLITA VITTIMA SACRIFICALE

Sono ore decisive per la sopravvivenza di questo governo e per la durata della legislatura.
C’è chi sostiene che questa volta siamo allo scontro finale, altri che Berlusconi la “sfangherà” ancora una volta. Pur avendo, come tutti, un’opinione prevalente al riguardo non è qui importante giocare alle scommesse. Soprattutto perché l’argomento sul quale si è attorcigliato il dibattito rimarrà anche per chi verrà dopo, qualunque sia la data delle elezioni e a maggiore ragione se si dovesse andare verso una sorta di governo istituzionale di transizione, ovvero del Presidente (nel senso di Napolitano). Le mosse del Presidente della repubblica sembrano finora andare tutte in questa direzione.
L’attenzione di tutti è stata attratta dai risolini di compatimento del duo Sarkozy-Merkel – chi per gioirne, chi per indignarsi preparando la piazzata davanti all’ambasciata francese a Piazza Farnese – e troppo poco ci si è soffermati sulla dichiarazione immediatamente susseguente del presidente francese, il quale ha aggirato la domanda sulla affidabilità di Berlusconi ed ha risposto dichiarando la propria fiducia sull’insieme della classe dirigente e delle istituzioni del nostro paese. Un segnale più chiaro di così non poteva essere dato, almeno in quella sede.

Il pomo della discordia sono dunque le pensioni. Che l’attuale dirigenza europea non abbia in